Joris Ivens: vedere il lavoro incorporato
Nel 1928 il documentarista olandese Joris Ivens sta girando un cortometraggio sui ciclopici lavori di prosciugamento di una insenatura nel bacino dello Zuiderzee, nel nord dei Paesi Bassi. Il cineasta è un giovane militante della sinistra e lavora con l’appoggio dei sindacati operai; la sua formazione estetica è impregnata dello sperimentalismo delle avanguardie e dalle esperienze del cinema sovietico di Pudovkin, Eisenstein, Vertov ecc. Durante le riprese delle operazioni di posizionamento delle basi in pietra di una grande diga foranea, gli si presenta un problema che non aveva ancora affrontato lucidamente. Così lo spiega a un operaio sovietico che alcuni anni dopo ha visto il film con lui (Zuiderzee. La nuova terra 1930-33):
Non riuscivo a trovare il giusto angolo di visuale della macchina da presa per inquadrare questo lavoro con le pietre. Perciò cominciai a osservare il lavoro, per vedere come cominciava, come finiva, che ritmo aveva; ma non riuscivo a trovare la giusta angolazione della macchina. Allora tentati io stesso di spostare i blocchi di basalto, perché pensavo fosse necessario e prezioso per me percepire la sensazione esatta di questo lavoro, ma scoprii quello che volevo sapere. È importantissimo ‘sentire’ dove si può far presa sulla pietra: non al centro, ma su certi punti precisi. Scoprii anche il trucco per bilanciare le pietre: come si impiega il peso del proprio corpo per sollevare la pietra e trasportarla da un luogo all’altro.
Scoprii che il maggior peso grava sui muscoli delle scapole e su quelle del mento. Perciò quelle parti dovevano essere sottolineate nelle riprese, perché le caratterizzavano. Da quel momento trovai la posizione della macchina da presa, la sua angolazione e la composizione dell’immagine: tutto era centrato su quei muscoli e sul mento. Entrambi erano il punto focale dell’azione. Era la realtà a determinare la fotografia, e non il mio sforzo estetico di raggiungere l’equilibrio fra luci e linee. Ma questa angolatura realistica era anche la migliore. Non avrei potuto filmare in modo soddisfacente e reale se non avessi provato io stesso la sollecitazione fisica sul lavoro.»
Il mio interlocutore era soddisfatto. «Bene», disse, «molto bene».(Joris Ivens, Io-cinema, Longanesi, Milano 1978: 42-43)
L’operaio sovietico con la sua approvazione dichiara di riconoscere nel modo in cui è stata girata la sequenza il suo stesso modo di immaginare quell’azione tecnica. Egli dunque ha proiettato nel film una sua speciale competenza non solo al saper fare ma anche al saper vedere il proprio lavoro. La sua aspettativa di riconoscimento viene soddisfatta grazie a un processo di immedesimazione: attraverso la pratica diretta l’osservatore-cineasta riconosce i punti su cui fare forza sulla materia, individua i muscoli interessati, afferra la dinamica degli sforzi da esercitare e i punti di equilibrio da raggiungere. Egli poi traduce questi dati in scelte corrispondenti e coerenti di angoli di ripresa, di focali di obiettivo, di tagli di luce e di tempi e combinazioni di montaggio. Le inquadrature rivelano il lavoro delle spalle e del mento, la rapidità del gesto con cui il corpo si carica sul dorso il basalto, e come mantiene l’equilibrio nel trasporto. Lo spettatore-operaio riconosce in ciò che vede la scansione ritmica e la combinazione di gesti in cui è specializzato. Quindi il cineasta e l’operaio possono ritenere di aver partecipato alla stessa esperienza tecnica e ciò produce un effetto nuovo sul piano delle relazioni umane fra osservatore e osservato: Ivens “conquista sul campo” il suo diritto di ingresso in una comunità, potremmo dire, di sguardo abile, entra far parte della schiera di quelli che “conoscono” il lavoro operaio (che sanno vederlo), e che implicitamente ne condividono il valore e il senso. Ciò è accaduto, stando alla narrazione biografica di Ivens, perché egli è riuscito nell’impresa di esprimere un complesso di qualità sensibili legate a quel lavoro, di abilità, di fatiche fisiche, di coordinamento e di concentrazione, diversamente non esprimibile.
